venerdì 26 agosto 2016

"Autoritratto alla maniera antica", poesia inedita di Gio Ferri







Alla maniera di un ritrattista cinquecentesco, Gio Ferri si restituisce con una mappa psicologica del tutto depistante. Non occorre sapere che un gran maestro non può cedere alla lusinghe di una riproduzione/rappresentazione veritiera, cioè concordante con il sé reale. Non fosse altro che perché il sé reale è una sorta di creatura mitica, a cui ci avviciniamo come a un limite, da cui ci allontaniamo come da un raggiro o da un'imposizione. Il sé, forse, non è altro che un andar per luoghi, un visitar fortezze, un espugnare contee, sorta di viaggio onirico fra cose credute vere che tali non sono:  ci vuole del coraggio donchisciottesco, insomma! Credere che possiamo da soli dare una definizione di noi stessi, senza tener conto del fatto che per farlo dovremmo conoscere altrettanto bene tutti gli altri è davvero un sogno ad occhi aperti. Come possiamo definire la nostra intelligenza se non in rapporto a quella degli altri? Ciò  vale per la nostra sensibilità, la nostra capacità di amare, la nostra moralità. Così, con tale zavorra, Gio Ferri tenta di affrontare l'impossibile impresa.

La dichiarazione è subito servita: "Egli è quel che cerca l'inventa lengua / E parola nuova mette alla prova". Il tutto, come se già questo non fosse sufficiente, trova ulteriore terreno infingardo nella capacità dell'ascolto altrui: nemmeno la comunicazione è possibile quando si misurano quantità diverse. A riprova che la diversa quantità delle capacità umane è qualità. L'impossibilità dei più di comprendere il prodotto artistico degli altri non è una frottola. E personalmente mi sono sempre stupita del fatto che non si nutrano dubbi sulla propria capacità di comprendere il genio altrui. E per restare nel Cinquecento,  a cui per altro l'uso della lingua arcaica di Ferri rimanda, quell'impenetrabile sguardo che ci lanciano i ritratti e gli autoritratti non sarà un memento volto a ricordarci proprio questo?

Circa la questione di un uso stilistico della lingua che ricalca certe caratteristiche di una scrittura poetica legata al passato, si deve dire che una  sorta di ironica presa attuata per i mezzi della parodia rende buon servigio al Ferri al fine di pronunciare ieratico distacco da quel che afferma. Lo stesso tema dell'autoritratto non sarebbe più moneta corrente nella cultura contemporanea. Il fatto, anzi, di marcare arcaicamente il testo configura il concreto bersaglio della poesia. Il cambiamento d'orizzonte testuale e storico inquadra il problema attuando una sorta di sfocatura che ci fa riflettere sulla difficoltà del tema, sulla sua variabilità: parlare di sé, farsi comprendere dagli altri. Sarebbe più questa una poesia sul tema della ricezione e della trasmissione, che mette a fuoco scarti e impossibilità, disguidi e ritardi e ci costringe a riflettere sul tema del linguaggio con una sola certezza nel fodero: la mobilità dei concetti, la loro storicità.

Ora che i tentativi si ammonticchino, e si protraggano oltre ogni evidenza di trarne risultati, è quasi un corollario. Che importa, non sarà  mica perché serve, ma solo perché si deve fare, si sente la spinta a farlo comunque (e si vedano alcune magnifiche dichiarazione di Samuel Beckett sull'argomento). Resta nascosto il tesoro interiore, non tanto perché lo si nasconda volontariamente,  essendo anch'esso sconosciuto all'artista, ma perché si sa per certo che è un continente inespugnabile e ciò nonostante cercato tenacemente, avvistato miliardi di volte, riperso fra le nebbie e poi, intravisto, ancora.

                                                                                   Rosa Pierno



Gio Ferri
Autoritratto alla maniera antica

Io son quel che spazia di stanza in stanza
E invan disperde sua poetica rabbia.
Vuol sortir di sua gabbia
Ma blatera in sue labbra
Egli debole che brama parola forte
In altri biasima fiacca di morte.
Ma non v’è chi l’ascolti
Et egli alfin bestemmia la sua sorte.
Quel che dice e disdice
Quel che d’amor si langue
Pur gli ribolle il sangue
Egli è quel che cerca l’inventa lengua
E parola nuova mette alla prova.
Ma l’ascoltar non trova
Poiché sfugge suo senso al comun senso
Sì che intorno il vuoto si fa più denso.
Non lontano il tempo di sua vecchiaia
Egli ringhioso cane latra e baia.
Ma non si dà per vinto
Quindi fuor dal consorzio è spinto.
Cocciuto  alchimista traccia sua pista
Ma pur chi l’ascolta
Presto ancor l’ignora di svista in svista
Al nuovo s’arrovellan seco lui
Maniere antiche sì
Che ignoranti bestie
Si fan vieppiù nemiche.
Che sarà di sua personal malìa?
Ansioso ancor cerca e spia
Il suo destino avverso
Tanto che così tronca suo verso.
In landa desolata egli è perso
Ancorchè il suo cielo gli paia terso.
Ma non perde fiducia
Di fiamma in fiamma brucia
Ei non rinuncia al cruccio
Ma sì vive la forza d’esser vivo






Tanto che di tanto in tanto ei si ferma
Alla riva del rivo
Ad asprirar solingo
Quel flusso dell’acque.
Come quando malinconia si tacque
Nascosta e ristretta in
Pugno mentre riguardava quel che passa
Senza cedere alla maniera lassa.
Pur nel dubbio
Protervo non si pente perso nel suo verbo
E nasconde e non rende quant’egli
Avaro tiene in serbo.

venerdì 19 agosto 2016

Stefano Iori su “fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni” di Claudia Zironi, Marco Saya Edizioni, 2016





Prima lettura, avida, come spesso accade nel caso di un libro che sin dall'avvio induce fascinazioni, d'altronde attese vista la materia (immateriale) promessa nel titolo.
La mente, in questa fase, cerca collegamenti (per orientarsi e forse per cercare, istintiva-mente, chissà quale rassicurazione). Il primo: parliamo di ontologia a un'ape... (pagina 25) e mi sovviene la fantasiosa poetica di Wisława Szymborska. Nel componimento successivo, dove Claudia Zironi disserta sul silenzio, appare Alejanda Pizarnik, poetessa argentina di origine ebrea che affidò ai barbiturici il proprio trapasso nell'eterno tacere. E ancora: l'acqua cade sempre su altra / acqua … alle venti e trenta della sera ... (pagina 36), ed ecco il fantasma di Antonio Porta.
Tante splendide gocce morte bagnano, qua e là, i versi dell'autrice.
Vado oltre, col passo del primo approccio, leggo d'un fiato e volo furiosamente all'ultima poesia che parte dal nobile nome di Socrate (altro fantasma) e in chiusa dice di felice dissipazione.
Il desiderio di ricominciare dal primo rigo dell'antologia è forte e deciso. Voglia impensata di quella cenere, spesso evocata nel testo, per capire i perché di tale residua polvere di chissà quali altre frantumate ossa.

Le riletture sono innanzitutto orientate all'idea (interrogativo) della morte: la cenere dei defunti sta in un'urna, ma da questa sfugge inesorabilmente, trasuda misteriosamente, trasmutandosi per apparire con altri volti.
Affronto tale questione con semplice razionalità. Per dire della morte bisogna avvicinarla fin quasi a sfiorarla. Da quest'ultima vengono spettri e fantasmi che giocano a nascondino tra le centomila sinapsi del nostro cervello. Marina Cvetaeva ebbe a dire: La poesia è qualcosa, o qualcuno, che dentro di noi vuole disperatamente essere. Qualcosa, qualcuno: quindi anche il transumano.
Il nostro intelletto è potente e, tranne nel caso della follia conclamata, non lascia che ectoplasmi vari lo invadano e lo riempiano fino al traboccamento. Forte è il suo potenziale, declinato anche in quell'acume creativo da cui viene lo schermo citato nel titolo del libro: una sineddoche per dire del computer e della televisione nelle loro complessive, sorprendenti vitalità senza carne e ben poca anima. Macchine di informazione e, nell'attenzione dell'autrice, sopratutto di simulazione, in grado di regalare illusioni infinibili che potrebbero essere confuse con i sogni. Del termine illusione raccomando il ripasso relativo all'etimologia.

Rileggendo, ecco un altro quesito. Chi è mai l'amato sovente evocato nella silloge?
Una risposta plausibile viene dalla poesia a pagina 19: dimmelo tu / che solo inesisti e taci. Dio?
A pagina 108, l'Essere supremo sembra confermarsi offrendo un nome alle stelle e agli splendori del (da Lui?) creato. Benedetto Colui che disse e il mondo fu (Martin Buber, I racconti dei chassidim).
Sono dunque preghiere le poesie di questa raccolta. Odi e inni al nome da noi diviso (D-io), che nella magia e nel segreto del due (effetto binario, 0 e 1) ha il potere di indurre la parola a Lui rivolta, ché siamo gli unici animali, su questa Terra, a parlare con il (del) Divino.
Dopo aver inventato Dio, dopo questa immensa creazione che ci ritorna dall'ardua esplorazione del nulla, che siamo riusciti a descrivere nel doppio ossimoro di un faro spento e di un buio lucente, della parola ci siamo appropriati arrivando a raffinare il dire ben oltre la materia delle cose visibili. Poiché l'umanità è fatta da tanti (altri) individui, inevitabilmente, nel corso della Storia, la parola (nata divina?) si diffuse a raffica tra uomini e donne, tra popolo e popolo, facendo di tutti noi angeli che dicono e a volte ascoltano. Non parliamo infatti solo di Dio e non solo a Lui. Babele insegna: le lingue, come i soggetti e gli oggetti di parola, sono molteplici.
Da ciò e da alcune successive righe dell'autrice, assai esplicite, deduco che l'amato è anche altro. Un consimile. Impalpabile e sfuggente, tuttavia. Evocato. Il sogno di un amante? Il ricordo di questi? Spettro d'amore?
C'è una privata, sottile distinzione tra captare e capire. Così il dubbio si insinua, come un fantasma, ma poi svanisce. Non solo dell'Altissimo scrive Zironi, forse un uomo c'è davvero, magari quello odiato eppure adorato della poesia a pagina 96, disperatamente cruda e innamorata.

Il libro introduce anche l'idea di una resurrezione: morirti sul petto, infine / risuonare (pagina 94). Pier Paolo Pasolini ci ha aperto la strada verso il risorgere (vedi Pasolini e la morte di Giuseppe Zigaina, Marsilio Editori, 2005).

Morte, fantasmi, amore (quello che si potrebbe dire spirituale e quello carnale). Non conosciamo appieno questi soggetti-oggetti, altrimenti non servirebbe dedicarvi poesia.
L'inconnu è a portata di mano nella silloge, come nell'umana verità di ogni giorno, ma solo se quest'ultimo (l'ultimo giorno) viene vissuto con la grazia del pensiero e con il desiderio di andare avanti. Al di là dell'ovvio e anche del conosciuto. Fuori dai confini della scienza, quindi.

Tra le altre tante cose, penso che del processo dell'evoluzione scriva Zironi, con garbo e profondità, con lucidità e poetica mente. Ma anche qui va oltre. Non dice del passaggio da bestia a uomo/donna, ma del percorso successivo, quello che ci guida ad un'ulteriore trasformazione. E lo fa anche con ironia, basti leggere la poesia a pagina 117:

“Quale vita vera? Stiamo così bene
qui
a parlare di niente
filosofia, amore, poesia, massimi sistemi.
“Ti passo a prendere alle 8, andiamo anche noi
in un locale carino
a farci saltare.

Le virgolette del discorso diretto si aprono e non si chiudono. Che sia l'intento di lasciare un segno di apertura, speranza (ironia-dissimulazione)? La “giusta via” non è volutamente indicata, anche se sottili allusioni traspaiono. Chi vorrà intendere potrà farlo, ma dovrà metterci del suo. La parola (il dialogo) serve a questo.
Nel solco del dialogo, appunto, poiché la poesia chiama poesia, concludo riportando un'intensa lirica di T. Carmi (pseudonimo di Carmi Charny, New York, 1925 – Gerusalemme, 1994) che mi pare opportuna chiusa alle riflessioni fin qui scritte, nonché controcanto al concetto di tempo delineato da Claudia Zironi soprattutto nelle ultime pagine della raccolta.

La sacralità affolla la passione
incantando l’anima
con struggente emotività
nella realtà trascendente
di un tempo fermo nell'infinito

Altro ci sarebbe da annotare. Ma si fa notte. E volo nel sogno. Spero di incontrare fantasmi e spettri. Almeno un avatar lo troverò senz'altro.

                                                      Stefano Iori

venerdì 12 agosto 2016

I disegni di Paul Valéry: "Journal de Bord" editi da Pagine d'arte




"Ecco un oggetto perfetto. Ma qual é la sua natura? Libro, album, estensione di ciò che l'autore chiama "varietà" o libro per appassionati?" chiede Jean Louis Schefer  nella prefazione di questo singolare quanto interessantissimo libro "Journal de Bord" edito da Pagine d'arte nel 2011,  che presenta la produzione di disegni del poeta e saggista francese Paul Valéry.

Schefer, definendo l'insieme dei disegni estratti dai "Cahiers" come deciso obbedendo alla meraviglia, al capriccio e alla necessità, e che pertanto non avrebbe potuto essere diverso, afferma che è un libro "della mano e dell'idea", "del tempo della scrittura e del suo necessario vagabondaggio".

Qualcosa lega i pensieri scritti all'alba con le figure che li contornano, quasi fantasmi del sogno che aprono la pagina ad altro, sembrando squarciarla. In queste pagine, non destinate alla pubblicazione, gioca la felicità del caso, sorta di progetto personale a cui abbandonarsi rispetto a progetti di potente impegno, perseguiti nel medesimo periodo: l'Introduzione al metodo di Leonardo da Vinci e Monsieur Teste.

Ma, più spesso, i testi che figurano con i disegni sulla medesima pagina non sembrano avere alcuna relazione e questo apre come uno spazio enigmatico e sfuggente, che bisogna respirare e non ridurre, di cui bisogna saper cogliere la distanza in quanto necessità della mente di operare su diversi piani, in aree non contigue, per indirette vie, non esplicitabili.

Pause, in cui la mente corre a qualcos'altro, isole di alteritá, occasioni di distrazione o modi per concentrarsi, poiché chi l'ha detto che l'uno escluda l'altro. Una pagina in cui compare una definizioni della poesia porta il disegno di un nudo di donna, un'altra che sembra definire la nostra condizione umana è scritta accanto al disegno di un uomo e una donna seduti insieme che non si guardano...

Tutti i disegni sono colorati, a pastello o all'acquarello, i profili sono spesso rinforzati con la penna, carichi di particolari; vi sono scene di vita anche complesse: il porto con i passeggeri in attesa per l'imbarco, oppure un paesaggio che allieta una pagina ove si definisce il difficile rapporto tra filosofia e linguaggio. Ciò che si nota è la presenza pressoché costante del mare, lo sguardo lo pone sulla pagina tramite disegno.

Il disegno, dunque, come via di fuga, evasione, che senza interrompere lo scavo della ricerca, gli consente di investigare nei funzionamenti insoliti che vengono a interferire durante il processo del pensiero. Ciò non poteva che interessarlo, come afferma Martin Boivin-Champeaux, nipote di Valéry, nella postfazione,  ribadendo la forte fascinazione che i quaderni di Leonardo instillavano in lui.

E al tempo stesso la meraviglia per la presa di possesso del mondo consentita dall'occhio. D'altronde non ha egli scritto che l'esercizio del disegno insegna a non confondere ciò che si crede di vedere con quello che si vede, così l'artista può provare a ritrovare la sua singolarità e la coordinazione della sua mano, del suo occhio e della sua volontà?  Quasi un rendere carnale il suo pensiero.


                                                                         Rosa Pierno

domenica 31 luglio 2016

Davide Cortese su "erbaluce" di Francesca Moccia, Edizioni l'Arca Felice



Massimo Dagnino, Pipistrello-vampiro genera anatomia, matita su carta 2014


L’esperienza compositiva della plaquette ‘erbaluce’ di Francesca Moccia (Edizioni l’Arca Felice; collana “Coincidenze”) si configura come un transito di elementi dalla realtà, vissuta direttamente o attraverso altri, al linguaggio, in «una sottile lesione di pronuncia»: i materiali che compongono le liriche, esclusivamente d’amore, grazie ad una limitata e definita gestazione, si dispongono per permeazione, come di «Mani in adiacenza», dove il «filamento rotto» del vissuto viene restituito, nel testo, con un’acquisizione di connotazioni, che rivela una nuova «densità (…) del nome».
Il controllo del  travaso, operato da un «cuore isolato dal senso», è tentato nella forma: i potenti enjambement («L’acqua quando cade/ riempie la tua bocca era/ sera fino a  poco fa e il/ buio accade ora nel cielo») inseguono gli scarti emotivi e metaforici generando però, a loro volta, un’altra «figura» che continuamente «scema(...)/ nella tasca del bosco».
I disegni, e la foto, come tavola esterna, di Massimo Dagnino, con il loro proprio linguaggio, lavorano vicino ai testi, fino a quasi intrecciarsi. Lo sguardo da luogo a una relazione, dove pezzi di corpo e scenari, come quello della «Spiaggia di Voltri», entrano in contatto generando un «Anatomopaesaggio»: zona franca, entro cui gli elementi, compenetrati, si rendono in una forma, in una natura, sempre in divenire.

Il sentimento amoroso, durante il corso dell’opera, subisce continue fluttuazioni di ruolo.
Declinandosi come minaccia («lunghe onde erano venute/ a lambire cuore e sangue») o presenza rassicurante («Un mare profondo,/ insiste per scaldare») e nonostante una fitta di parole ricorrenti sembrino incarnarlo resiste a una “decifrazione lineare”: rimanendo, piuttosto, come dice Maurizio Cucchi nell’introduzione, una “sostanza”  che “sorregge l’intero, misterioso percorso di ogni singolo testo”.
Nei confronti dell’amore, l’autrice, non si pone frontalmente, ma, agisce in maniera laterale: arretrando quasi sullo sfondo «le onde del mare», il resto della poesia si concentra verso l’ambiguo di una «terra salmastra» o di un «crepuscolo», dove «l’emozione scissa dalla pianura» mette in luce i processi nascosti («i miei passi dimenticati), che compongono l’amore, o  lo mettono in atto.
Elemento, esso stesso, di transizione, e attore nei luoghi di «acqua fra sabbia e terra», il motivo del ‘risveglio’ si riverbera tra la pagine. Il momento in cui si passa dal sonno, durante il quale si è «fibra bianca», pura potenza, alla veglia, quando si dovrà assumere una forma, la propria, costringe all’acquisizione di un limite, di un’identità, che espone al rapporto con il mondo, con l’altro e con l’amore.

«L’alba», allora, è «una ragnatela/ divina che imprigiona l’anima»: la presenza «scatena la caccia», «la preda» che la subisce «ansima in cerca di vita».
Lo sdoppiarsi della voce, da femminile a maschile («ridotto, ferito/ chiudo la strada»; «disteso immobile sulla sabbia/(…) fingevo») è il concretizzarsi del tentativo di fuga, ma che al termine della «corsa del treno» porta verso «nessun indirizzo» si rimane, soltanto, una «figura irta» imprigionata «come un porcospino su un foglio bianco».

                                                                                                     Davide Cortese


domenica 24 luglio 2016

Marco Giovenale "Il paziente crede di essere" Gorilla Sapiens, 2016




Un'analisi sui limiti - quando i limiti sono ambigui e si collocano trasversalmente fra un oggetto e un altro, anziché definire i singoli profili, e sono immersi nella nebbia, poiché anche le condizioni metereologiche complicano il quadro influenzando le percezioni - delinea il quadro problematico del testo di Marco Giovenale. O meglio, della serie di Racconti, forme intermedie, prose (in prosa), inconvenienti, dissipazioni dopo, come recita il sottotitolo dell'ultima raccolta di prose Il paziente crede di essere, Gorilla Sapiens, 2016.

Persino le cose separate, se sono abbracciate, non sono più distinguibili: i corpi. È,  dunque, impossibile distinguere dove finisce l'io e dove iniziano gli altri, il cerchio intimo dell'uno, le disgrazie della collettività. Ma nemmeno per un istante si può riscontrare estraneità nell'occhio che scruta e pensa, invischiato com'è nei luoghi e nei percetti, sentimentalmente  coinvolto, crudamente separato. È un occhio che guarda ciò che sta sotto e ciò che sta sopra: è un occhio pensante. Oseremmo dire, metafisico.

Il metafisico reclama la classificazione, sotto l'egida dello scientifico, fosse pure dei casi umani, il che determina uno scacco, come avviene nella prosa di un Kafka ironico, in cui però la denuncia non è per questo meno fittizia né meno dolente. Il vero snodo, sembra risiedere nella composizione e ricomposizione: nella scomposizione che non ha nulla di analitico, nella neoformazione frattale, che al fine assembla l'identico da che riscontrava il diverso e viceversa. Non sarà in nessun caso questione di logica! O forse solo di una logica oulipiana.

La classificazione diviene perigliosa se non si attua rispettando le regole. La differenza si perde senza che sia mai stata chiara l'appartenenza a una medesima classe. Mancanza di logica non è detto che sia assenza di una logica perversa: l'orologio acquistato che purtroppo non è rotto, le persone che sono in fila, accanto al morto, per farsi derubare e assassinare, l'installazione con porte che non si aprono e con scale prive di scalini e che ciononostante necessita di un guardiano che "dovrà avere l'accortezza di interdire al pubblico l'accesso fisico alle installazioni" ove però "Il guardiano non può far parte dell'installazione".

Di Marco Giovenale si conosce d'altra parte anche la produzione artistica, la sua attività fotografica che s'innesta nel testo, non solo perché presente allo sguardo del lettore tramite citazione, ma anche perché l'opera visiva figura in esso come sfondo, a tratti, al posto della città.

È il sogno, il luogo in cui si riscontra la mancanza di logica o la sua assoluta presenza - il che è lo stesso. Il cane che al posto delle zampe anteriori ha due braccia umane "È solo un diverso tipo di cane". È una sorta di disegno alla Esher, qualcosa che da cattivo diviene buono, o l'inverso,  sotto il medesimo sguardo, senza soluzione di continuità. D'altra parte, è nota la posizione di Poincaré che riconosceva alla scienza la sua distanza dalla verità, in quanto la verità è una questione d'interpretazione, mentre lo spazio geometrico non è lo spazio rappresentativo: le geometrie, in quanto convenzioni, non sono suscettibili d'essere vere o false.

La paradossalità è, pertanto, presente in quanto veicolata da una razionalità che si muta nel suo perfetto contrario ed è presente nella città descritta da Giovenale in quanto, pur nascendo come aggregazione di individui, diviene lo spazio in cui l'individualità è negata: è l'istituzione, infatti, che vuole organizzare l'umano, inserendolo in binari, insufflandolo in tubi pneumatici,  preordinandone il tragitto, e come potrà l'arte in questo universo-mondo trovare il suo grado di libertà? Forse è nell'accumulazione, nella distorsione del senso, nella deviazione subita dal soggetto - un soggetto sguisciante e amorfo come i personaggi beckettiani - che si può rinvenire la chiave che consente l'uscita. Un'uscita verso un mondo parallelo, incompossibile anch'esso, però, ne siamo certi!
                 
                                                                         Rosa Pierno


-zoon

Pulisce con una salvietta umida la plafoniera della lampada alogena, polverosa sì ma cosparsa in particolare di resti - a migliaia - di piccolissimi e piccoli insetti. Alla fine sul riquadro umido della carta rimane una media accattivante, neoformazione e bolo, insetto somma di molti, coalescenza di mandibole aline zampe frantumazioni di creste, un crepitio visto, dedalo, frattale, una variazione genetica post mortem. Necrozoon


Interni

Senza dubbio una parte vuota dello specchio ovviamente vuoto riflette ovviamente il dubbio di Lia  sulla presenza dell'amica col suo stesso nome.

A sua volta, una parte del nome, con il suo non diverso specchio, riflette col suo sistema di vuoti legati la mancanza doppiamente cava del dubbio di Lia.

Di questo parlano all'esterno della gabbia i domatori.



lunedì 18 luglio 2016

Isabel Pavão "Ten impressions of rose and sea" con poesie di Nuno Iúdice. Pagine d'Arte, 2016







Il fluido che scorre nelle venature della  vegetazione marina, nei quadri della pittrice portoghese Isabel Pavão, irradiandosi dispensa colore e volume. Rende il foglio, erbario di alghe e coralli, nuovamente sottese alle correnti profonde.

Le immagini costruite tramite una simmetria realizzata da quattro specchi che, replicando una parte dell'alga o della rosa ne ricompongono la figura, evidenziano che in realtà quella rappresentata non coincide con la figura intera riscontrabile nella visione reale. La simmetria è un altro modo di pensare, appartiene a un altro ordine di idee, e tale distanza equivale, in qualche modo,  a quella che esiste tra segno nell'immagine visiva e segno nella scrittura.

A volte, nel cuore dell'immagine c'è un quadrato ruotato che sembra una porzione del medesimo oggetto, ciò che sarebbe visto al microscopio o da una distanza siderale, è lo stesso. Quando si parla di segno, si compie un'astrazione. La sua contestualizzandone può subire un'oscillazione anche forte in funzione dei diversi contesti interpretativi. La perfetta macchina costruita da Isabel Pavão mostra il funzionamento di un segno che gioca a più livelli, che non blocca il segno nella sua fissità, ma ne rilancia l'interpretazione, scatenando domande, e facendo scattare il moto nel cuore della visione su carta.

È sufficiente vedere quello che accade quando all'interno di un'immagine se ne seleziona un riquadro, colorando diversamente fondo e oggetto: in questo caso, fondale  e nervature, il che equivale alla sovrapposizione di un vetro colorato. Cambia il mondo, variano le sensazioni, quasi la materia non sembra più la stessa. Il riconoscibile, ciò che ci è familiare, diventa analogo ad altre cose, anche molto distanti,  mentre rende estranee le altre aree,  non coperte dal "vetrino". Nulla dovremmo mai dare per scontato. La realtà non è che un modo di vedere/pensare  e mai dovrebbe dipendere da un'abitudine, da un atteggiamento privo di curiosità. Ciò che vediamo in un quadro non esiste. Ma all'improvviso fa parte di noi.

Allo stesso modo l'operazione che il poeta portoghese Nuno Júdice compie, guardando le opere di Isabel Pavão, è simile  a quella di seguire le tracce di un eco: non è un'operazione che possa ricucire le distanze. Lo dice splendidamente Yves Peyré che commenta, nella postfazione, l'incontro di arte e poesia: "L'incontro nell'utopia della certezza", poiché tale incontro eppure avviene.  Il testo insegue la visione, eppure seguendo se stesso, le proprie parole, e rimanda a sistemi culturali proliferanti che si sommano e si ammagliano senza però che mai il bersaglio possa dirsi colpito. In fondo, non si tratta mai di centrare il senso, ma di costruire la rete dei lemmi, della proliferazione del senso e mai come in questo caso le venature linfatiche di Isabel Pavão sembrano sostenere quelle letterarie di Nuno Iúdice:

Un compasso de nervuras percorre cada
ângulo numa crispação de ramos. Suspenso
no quadrante celeste de onde
o sol se ausentou, o prumo do amor
rege um movimento de braços
no emaranhado dos ramos, como
gestos leves no silêncio
dos lençois.

Una vicinanza ineludibile forgiata dallo sguardo determina un'ostinata distanza nelle ramificazioni del senso poetico, disegnando una rete non meno fitta e ricca di rimandi, qual è di fatto quella presente nei quadri. La sapienza con cui il poeta segue l'artista non è certo meno edotta né meno complessa. Se la divisione in riquadri, nei quali si percepisce non si sa bene se una micro o una macro porzione, rinvia, nelle tele, all'esistenza di diverse realtà, ciascuna dotata di un proprio statuto, nella poesia si dà fondo a impressioni letterarie, visive, memoriali riferite a più realtà contemporaneamente. In tali stratificazioni pare allora di poter cogliere la vicinanza delle due operazioni, il luogo in cui attingono, arte e poesia, alla medesima sorgente.

Certi meravigliosi incontri ci rendono edotti sulla miriade di reti con cui formiamo la nostra realtà percettiva e ci fanno solo desiderare che certi incontri impossibili siano all'ordine del giorno, come da anni ci va proponendo il lavoro di ricerca di Matteo Bianchi e Carolina Leite su tali universi smisurati, frutto di una simmetria d'intenti.

                                                                                   Rosa Pierno



www.paginedarte.ch

Il volume è redatto in portoghese, francese e inglese


mercoledì 13 luglio 2016

Seconda parte del testo "Cuffie deserte" di Gilberto Isella





  [INTERMEZZO ONIRICO, LABIRINTICO RISVEGLIO]


   Strisciamo nella pre-torba. Immagini morbide di morte serpeggiano tra le meningi, il pulviscolo intasa i timpani, si preparano scatti sinaptici sostitutivi. La palta confina con le  tomaie cerebrali, diventa il loro torbido confine. Su di esse cala una cuffia intasata di cacofonie ghiaiose, che volgono in gutturale sospiro. Fossimo almeno su terre. Trasciniamo, lottando col fango, un rugginoso carro (forse) stipato di attrezzi. Vorremmo pregare e in pari tempo bestemmiare. Sul carro spira vento acre, non ne conosciamo provenienza. Fa stridere impugnature ma è scomparso il corpo dell’arnese, vanga o piccone che forse, di malavoglia, un tempo usavamo. Del lumacume invischia le nostre affondanti calzature, tumidore di mollusco attenta le zone alte del fortino corporeo, o quel che rimane di esso. Sentiamo il risucchio delle gambe nei calcagni, il cigolio cadenzato delle vertebre dorsali, nessuna delle quali sta ferma al suo posto. Squittio in sordina. Si formano intercapedini. Tra le vertebre passa un volo di pipistrelli, finché ci prende voglia arcana di separarci da noi stessi, gridiamo “aiuto” al dio bendato che preme sulle cuffie. Il carro si arresta al limitare di una massa di organismi violacei, si svuota. Si svuota di noi, felici perché il nostro dissolversi, per quanto accumuli densi vapori e caligini, è corollario di vita. Contenti di trasformarci in riserva paludosa, biotopo dal volto cangiante. Siamo impasto di rane e canne elaborato da un ventriloquo in noi vento notturno, porzioni di prolungamento palafitticolo, magma da supporto a cemento armato
in espansione, tenero albergo Hered
                                con camini e camere
                                                   ardenti, verso cui
                                                                            esaliamo
                                              • • •

                                                 
                                              

                                                      Alla vendemmia ferita di noi morti non satolli
                                                      portaci un vassoio di locuste in allegria,
                                                      impenitenti dal tempo del deserto.
                                                                                                             Emilio Villa 

  Locuste non incombono, o solo su display mentale. Voli di storni sì, appena visibili in lontananza, il motore affronta, rimodulandole, placche elevate e falsopiani. Qualche raro giuggiolo e palmizio, oltre a rabberciati, spinacciuti cespugli non identificabili. Yoram, taciturno, si limita a segnalarci il passaggio di due ieratiche cicogne delle steppe. Probabilmente domani avrà qualcosa di meglio da dirci. La sonnolenza postprandiale è vinta dalla certezza di avvicinarsi alla regione di Makhtesh Ramon, il cratere spento.
   È curioso come, percorrendo un deserto, l’individuo tenda a rompere i ponti con lo spaziotempo reale, l’occhio si sfogli e sfarini, obliteri il generico panorama esterno, si arrotoli nelle celle disabitate dell’io. “Veni creator Spiritus/ mentes tuorum visita”, supplico tra me e me, cercando un virgulto nella misterica preghiera di Rabano Mauro. A poco a poco, quasi timidamente e senza violenza alcuna, il deserto ritira al viaggiatore il pensiero – passaporto inutile per questo imperscrutabile faccia a faccia  -  e se lo serba in pegno. Gli offre, per risarcirlo, una tabula rasa, il vuoto del ricominciamento, le campate dell’ascolto e della responsabilità. Silenzio da decifrare, ma nell’attesa di un codice che per consuetudine ansima, stenta.
    Emilia è concentrata su Giuda, al capitolo dove si parla dell’esodo di Shemuel: “Qualche mese prima aveva letto sul giornale di una nuova cittadina che stavano costruendo nel deserto, sul bordo del cratere di Ramon. Non conosceva anima viva lì…”, e aggiunge a voce alta: “E noi stiamo proprio per arrivarci!”. “Vi state familiarizzando col Neghev?” interviene con discrezione Yoram, “peccato siate venuti in tarda primavera. Per capire il senso profondo del deserto, almeno secondo noi ebrei, è indispensabile mettere in relazione la sabbia con la tenda. Se ci tornate in autunno potrete partecipare al Sukkot, che è la Festa delle Tende o dei Tabernacoli. Rimemora e celebra l’erranza degli Israeliti nel deserto durata quarant’anni, prima di raggiungere la Terra promessa. In quel periodo, appunto, essi vivevano in tende o capanne. Per voi, beh, ora c’è il lussuoso albergo Tiféret… immaginatelo una tenda di pietra, seppure dotata di conforti elettronici. Buona fortuna, vengo a prendervi domani”.

   Nel cuore dell’altopiano la pionieristica, poco attrattiva città di Mizpe Ramon si snoda alle pendici dell’enorme cavità, il Makhtesh Ramon, che sprofonda per quattrocento metri di collera divina e asteroidea, mandando in polvere mappe e piani cartesiani. Una prosecuzione filosofica, una replica lavica del Mar Morto. L’avveniristico albergo Tiféret – eccolo svettare  - strutturato in moduli abitativi simmetrici e in sostanza niente male dal profilo archi-teatrico. Ogni sua suite dispone di piscina, collocata sotto l’ampio balcone. Aggetta spavaldo sul cratere, costringendo per così dire gli ospiti a mutarsi in ossessivi fruitori di vertigini, a trottolare nottetempo con turbini giallo-ocra. Ramon multiprospettico,  palestra di sguardi rientranti, onirici. Il convesso sistemato a bivacco sul concavo,  carapace frenato sull’orlo dell’abisso. Comunico a Emilia, che, non appena riposta la valigia sul letto, impaziente vorrebbe sgranare
                                                                                         sgranare il rosario dei gradini e toccare uscio,  incamminarsi sui ciglioni aspri e slabbrati del paesaggio che ammicca oltre la finestra, le comunico un pensiero d’allocco: “Ci troviamo in una proiezione distorta dell’eternità, nel suo rassicurante simulacro postmoderno”. “Ave, cervello in tilt”, conclude lei. Le replicherei volentieri che ogni punto di vista umano, il mio il suo, è solo un infimo frammento
                                                                                                            un infimo frammento del deserto occhiuto che si sbriciola in noi da sempre, coronato da un bianco che nulla emana e nulla trattiene, il metafisico bianco delle pagine  bianche. Che siamo giunti a un sito dove l’interno non si distingue dall’esterno perché, come dice Edmond Jabès, “Il dentro e il fuori sono soltanto la parte arbitraria della divisione di un infinito-tempo, per cui ogni minuto rimette costantemente in causa il centro”. Centro e soglia a piacimento. La soglia simbolica di tutte le case d’Israele, dove accanto alla porta d’entrata trovi un astuccio metallico contenente la Thorà. Domestica voragine in forma di spilla, fissata al muro come un geco incolore. Parola divina che si occulta per difendersi dalla violenza di un mondo autarchico che ha ripudiato le proprie soglie.

    Scrutato da presso, nella sua evidenza geologica, il cratere non presenta granché  a parte il fascino crudele del dislivello: una lunga faglia piatta, si dice popolata da feroci ma invisibili leopardi. Il cratere ripercorso nella rêverie, invece, gola frastagliata e gravida di effetti ottici, è chimera siderale. Basta un capogiro, un lieve sbalzo di pressione, e inquiete sagome si levano.
   Saliamo  la  sterrata, breve tratto. Ci teniamo per mano, avanzando con le scintille negli occhi, sono folletti di fuoco estromessi dalle mobili soglie del circostante.  Improvvisiamo una ronda intorno alla gran bocca defunta che veglia su di noi. Sfaccettature di panorama polimorfo. Nervature, ripiegamenti, fenditure e spuntoni di roccia si mutano in spire, quasi volessero avvolgere  fettine d’universo tornate d’improvviso diafane e imponderabili, umida insorgenza. Alle spalle il guscio sonnacchioso del Tiféret. Modesti esercizi d’equilibrio: lanciamo ciottoli nella gran buca, oh non piombano, scendono come piume! Un sorriso, poi qualcosa succede. La buca si sta riempiendo di tende rotonde, o forse  sono altra cosa, distanza inganna. Che siano le testoline già conosciute da noi  nel Mar Morto, consegnate per un attimo fuggente a lave e basalti? Cuffie d’uomo che voleranno via, e  qualche falcone di passaggio le carpirà. Si alza, improvviso, il vento rosicchiante del crepuscolo, torniamo sui nostri passi, rientriamo nell’effimera tenda abramitica, per un pugnetto di ore. 

  Ospitalità, solo fisico passaggio, transito di anonimi. Nella sua sciagurata maestà il deserto ti costringe a un simboleggiare impotente. Accumulo di tracce che non hanno direzione, orientamento. Forza della terra nuda che  ti trattiene e nel contempo espelle dal suo grembo, ti getta nella specchiera della  disparizione. Ora il tramonto getta bagliori obliqui, l’atmosfera  si ripigmenta, straterelli di tinte friabili che volgono al cupo,  e allora perché
                                                                                                 perché rimanere così a lungo in questa camera? “Vieni, corri sul balcone”, la voce di Emilia mi scioglie dal torpore, “ma non dire una parola”. Lì sotto uno stambecco del deserto, occhi bruni e corna alpestri, attratto dal richiamo dell’elemento vitale, si sta abbeverando alla piscina. Assorto, non si cura di noi. “Come la cerva sospira le sorgenti dell’acque, l’anima mia ti desidera…” (Salmo 42). Icona della terra, il suo esilissimo invìo di luce maculata ci accompagna giù per la scala.
 E domani, nel vortice del tempo, questo giorno sarà un giorno qualsiasi trascorso, una  locusta errante.                                                                                     

     



     

Un frammento inedito


Pagine di muro gerosolimitano


 Quel terreno non ha nome che ne inquadri zone, nessun raccoglimento lo piega a vela, pietre gemelle solo a emanare orienti
uniformi che si annerano.
  
   Hakotel Hama’aravi, tempio di Salomone. Parete il cui duro sasso piange, e tutt’intorno le pagine di un libro. Assonometria cupa, cucita nel provvisorio aperto. Pagine non in ascesa non in discesa, nubili èsche. Viaggiano per tramite di aere fermo, direzione informulabile, formano alta piramide dalle cento facce-fogli. Cento facce, altrettante ecatombi? Scorze che procedono, camminano nel mondo, poi nell’oscurità convergono.
   Emilia ed io avevamo passeggiato su una scorza di tappeto. Tappeto, lungo fulmine piatto, carro di concatenati tizzoni, mormorativa lingua di soli nodi dipinti, tappeto uguale a libro di lentissime stille. Dona flusso, perché deriva dall’albero di pianto e conoscenza. L’aveva scoperto, Emilia, presso un rigattiere sulla Via Dolorosa. “È fatto con tefillin tenuti insieme con la colla. Non è stato concepito per voi, ve lo vendo per mestiere, ma non parlerà a voi”. Titolo da tradurre forse così: Pagine di muro gerosolimitano. Autore: l’eterna fumata di rovine, colei che gli sguardi derubricando installa. 
  Cupolette d’ologrammi, noi due, sul volume. Vi abbiamo infilato cento segnalibri multicolori, uccellini pronti a volare
                                     a volare dal e nel libro. Dentro, fuori, l’appena dove che, diafano, protegge le pietre. Tappeto a spiccare aspro volo, combusto in traiettoria. Diviene, prima di desolarsi in cenere, cento cantillazioni per fessura, cento danze della schiena, sono i supplicanti in nero, sotto pellicciosi copricapi chassidici. Veniamo scansati da un rabbino coperto di balsami: “A causa delle mura che hanno abbattuto, siamo seduti solitari e portiamo virgole tristi”.  Lutto d’armatura retrocessa, sospettiamo Michele Arcangelo, lacrime spillate dalla mappa delle quattro regioni del mondo.  Tre volti animaleschi – Leone, Toro, Aquila – e l’Aquila ad ardere il volto dell’Uomo. Sospesi
                                                      sospesi come dolo d’oriente dentro la nostra faccia cupola e due fori, strozzati da pagine e pagine, assediati da punteruoli di scritture. Decifriamo su  nuvola che rimonta alla Spianata
un nastro di parole lunghe, con “Muore imitando l’astore notturno vibrante nelle intercapedini, per altre vie di fame si è giocato il midollo
e dentro la mela di bronzo che i martelli picchiano
per farla suonare
ha incontrato il dolore orientale”.
E dall’altra metallica bocca del nastro : ““Gli assi del mondo s’incrociano in un ventricoloso centro, nell’arco calvo della campana spunta il batacchio-labirinto”.

  Dietro a quell’enigma di pietre di ammonticchiate che ci sovrasta, siede un grande occhio. Da spiragli fuoriescono rantolii di shofar. C’è, tra gli astanti, chi da fonda tasca toglie un cartiglio, povero angolo
                                                                              povero angolo giallognolo vergato. Procede, lo scuote per sincopi, lo preme nella strettoia, blocco di Hakotel inghiotte. I megasassi lasciano defluire lacrime d’issopo e di cappero selvatico, arcaiche sferette di rugiada. Quello che intorno a noi declina è scorza. Non importa: “Dal punto supremo al confine delle cose ogni scorza è un cervello. Una nell’altra, cervello nel cervello, scorza per scorza” (Zohar, Berechit I). Non importa: il rosso tappeto della bocca mia e di Emilia, la lingua del fiato danza qui. Tantissimi tropismi di scorze, verso il vertice pietroso di quella piramide.




martedì 5 luglio 2016

"Cuffie deserte" di Gilberto Isella




Se mai compiere un viaggio è visitare luoghi sconosciuti, essi si  trovano compiuti nella loro estraneità solo al di fuori della nostra mente. È, infatti, essa ad apporgli il sigillo di cosa conosciuta, arpionata, calpestata, ricondotta alla nostra intimità, conservando, solo per puro diletto, angoli di esarcebata resistenza o di tale levigatezza da mostrarla  refrattaria persino alla percezione elementare, alla sensazione fisica. Per quest'ultima via, si danno, nel testo di Gilberto Isella, quelle sacche di citazionismo letterario indicanti zolle di inaccessibilità, campioni di lunare essenza, e la cui indefinitezza dà luogo alla vera e propria escursione in territori non altrimenti restituibili che costituiscono, forse, il momento in cui la descrizione del luogo è quanto più vicina al luogo reale.

Così ci pare funzioni il testo "Cuffie deserte" nato dall'occasione di un viaggio intorno al Mar Morto,  che fra assaggi di dialoghi reticenti fra la guida locale e il viaggiatore, offre un altro spunto di variazione del medesimo: quanto si può percepire/ interiorizzare/pensare/sentire di un terreno che calpestiamo per la prima volta? La letteratura, certamente, non s'incaricherà di fornire pillole dorate e amuleti rassicuranti, e meno che mai nei testi dello scrittore svizzero, non imbastirà descrizioni da cartolina i cui colori siano ritoccati per rendere il luogo prodigioso, anzi, con quel tarlo che sempre mina una vena poetica di fantasmagorico talento, Isella si diparte spesso dal luogo in cui si trova per depistaggi in aree perlomeno non attinenti.

Dove siamo? Qual'è il paesaggio di riferimento? L'ubiquità, essa sì, è manifesta! Con incursioni in settori politici, sociali, culturali, si viene ad aggiungere alla già incerta cartografia, al suo mistero, la zavorra del complesso. I modi in cui narrare un luogo, zigzagando, disseminando, anziché piantar bandiera, sono esposti in questa che viene a costituirsi come una mappa di citazioni, di riferimenti di cui è difficile persino cogliere l'analogia originante. Sarebbe il luogo, forse, dove tutto origina, o forse quello in cui ogni cosa collassa. Da scena nasce scena, per "nuove, bislacche coordinate dello sguardo" in cui l'accumulo, se non delinea un filo rosso che lega le immagini l'una all'altra, almeno costituisce la quantità da cui, forse una volta ritornati a casa, si potrà dedurre l'essenza del luogo.

Che il luogo divenga metafora del linguaggio è metamorfosi che si svela sotto i nostri occhi di lettori: "commento di commenti fino a intravedere sterili contrade, le parole-locuste che ruotano con ossessione intorno a un vischioso cimelio metamorfico, a una  bislunga  bara chiamata Mar Morto." Ma non è per dire qualcosa sul linguaggio. Anzi è esattamente l'operazione opposta che qui s'inscena: con il linguaggio spiegare un luogo, usare le regole linguistiche per addomesticare la belva che si dà alle nostre percezioni come  una chimera.

                                                                                     Rosa Pierno

CUFFIE  DESERTE

                                                                Terre d’outre-nuit que le soleil arrache à
                                                                      la méditation et aux épines du doute
                                                                                                                    Edmond Jabès



   Oltrepassata  la costa in dissolvenza del Mar Morto, le melme diventano strisce compatte di terriccio, scintillano. La strada vira a sudovest ma con  digressioni, tipo ampi tornanti che permettono di aggirare le zone più accidentate. Scarse, a dire il vero. I rilievi si disdicono, timide schiene d’asino e sentore di piattezza incombente, aridità generica e intercambiabile. Scorci di villaggi mimetizzati dietro canne, agavi e pallidi sicomori (biblici a quanto sembra) in lontananza, senza forare spazio. Né beduini né cammelli intorno. L’alfabeto geologico di questa landa è abbastanza atipico, direi senza qualità. Deserto faible, ‘pensiero debole’materializzato. Meglio così. Scenari privi di scenografie forti sono redditizi per immaginazione e  incubi. I Padri del Deserto, gli stiliti, Sant’Antonio insegnano. Mostri, chimere. Anche qui:  immondizia gettata sui cigli del nastro asfaltato installa sagome scheletrine - complici bianca luce e polvere, indefinitezza cromatica -  vedi anche un costolone dracomorfo, il drago distilla subitanee inquietudini, scuote le ali dentro la sonnolenza che ti sorprende nelle ore calde mentre in macchina attraversi questo desolato  territorio.
   Secondo antiche leggende, temibili creature s’annidano nel labirinto di grotte e  uadi che contornano il sito fantasma dell’antica città di Sodoma, maledetta dal Signore, non distante da qui. Basterebbero segnature incise su pietre e incrostazioni,  sgorbi e altre artificiose gibbosità a  irradiare quella lontana  maledizione. Ma attizzatoio di umor fantastico è anche l’immane archivio storico sepolto sotto dure rocce e sabbie. Clangori mai uditi filtrano dal suolo: echi di spedizioni e sanguinose battaglie, ribollimenti del cavalcare e battersi: ruote ittite e assire, frecce partiche, gagliardetti tolemaici e romani. L’antenna iperbolica s’attiva in ciascuno di noi.  Ma non è che per pochi battiti di palpebra, poi il fantastico s’incancrenisce. Svaniscono chimere, voci e cuffie d’ascolto divorziano, restano solo acusmi indeterminati. Fuggifuggi degli incantesimi, tinte e suoni omologati nel baulone del nulla.

 
   Siamo in tre sul pick-up marroncino tirato a lucido: Emilia, io e Yoram, la sagace guida askenazi messa a disposizione dall’agenzia di Tel Aviv. Il deserto del Neghev, appendice naturale del Mar Morto, “senza rischi per la vostra incolumità fisica e mentale” tiene a rassicurare Yoram, sfidando il sopore di noi due, “niente califfi intorno”.  La mia amica alterna acqua frizzante e caramelle al carmol, non scatta  foto dai due giorni  trascorsi sul mare. Si riassorbe, entra in circuiti di autoascolto. Lasciando che si consumino i giallastri banchi di noia - il visibile esterno –  forse medita sul bestseller portato nello zaino come un talismano, il romanzo Giuda di Amos Oz. Mi aveva già reso edotto, al riguardo: “Non esistono traditori e tradìti, Giuda non è Giuda, e probabilmente Cristo  nemmeno Cristo. Tutti siamo attori e complici di un piano universale  di cui s’ignora il senso. Non è detto che l’essere umano sarà redento. Shemuel, avvilito protagonista della storia, cerca fortuna in una nuova città del Neghev ”. “Ci tolga una curiosità, Yoram. Quante volte abbiamo attraversato pezzi di territorio palestinese, da Gerico a qui dove ci troviamo?”
  “Vi sto conducendo nella luce di Israele, e voi vi preoccupate delle sue ombre?”
   La macchina rallenta a uno dei rari incroci. Un cartello indicatore indica Be’er Sheva. Noi dobbiamo invece prendere per Mizpe Ramon. “Cosa ne pensa dello scrittore Oz?”, gli chiede Emilia. Un attimo di perplessità, si passa un fazzoletto sulla fronte: “Troppo astuto Oz, per riflettere l’animo autentico di questo paese”. Cambia subito tema. “Lo sapevate che il fondatore della nostra nazione, Ben Gurion, ha trascorso gli ultimi anni di vita nel Neghev?”

   L’incolumità mentale di noi due: e, al fine di salvaguardarla, come sbarazzarci di Yoram e degli spacciatori di viaggi. Per rendere l’idea, a bruciapelo: del viaggio in sé. Qui, per soprammercato, è come
                                                                         come passare da una cosa morta all’altra, frugare in una pentola vuota. Il Neghev? Ultimo vagone aggiunto al convoglio esplorativo solo per conquistarci quel triangolo isoscele di brullità che completa la carta di Israele. Bastava concludere col Morto, o volare direttamente a Elat sul Rosso. Emilia proponeva un simile bypass. Io esigevo invece ponderazione, mi appellavo a scritture, a segni capaci di sostituire vuoti panoramici, compensare transitorie e frigide emozioni. Mio intento: ricavare da una scodinzolante lista di appunti  un compiuto libro  di  viaggio. E le premesse -  spazio e tempo – dove cercarle? Metter mano con prudenza a storia e geografia? Meglio forse rovistare nelle sacche memoriali dell’io, affidarsi a quei
                                                                                                             quei  ritagli di perturbante (intimo, idiota per eccellenza ) che avevano consentito, poniamo a Joyce,  di mettere in moto l’Ulisse, straordinario poema del narciso leso. Sfilata di soggetti in divenire - tutti riversati in uno - che adombrano processioni di teschi, il passato remoto per il passato-futuro anteriore (o viceversa). Giacché il vero narciso adora intingere il proprio volto in qualche craniospecchio di cultura. Il funerale di Patrick Dignam, celebrato tra pirotecniche discese in biblioteche e birrerie da Ade, valga da paradigma. Segugi spirituali a ogni capoverso, certo, dign(am)ità còlte al volo durante la loro dispersione. Come dire
                                                                                                    come dire lo zigzagare, il disseminarsi del senso a mo’ di duna che si sfalda, commento di commenti fino a intravedere sterili contrade, le parole-locuste che ruotano con ossessione intorno a un vischioso cimelio metamorfico, a una  bislunga  bara chiamata Mar Morto. Distesa di malta salina che finge di portare in superficie ricordi ma è solo pozzo di annientamenti, mare scosceso in se stesso. Che eiacula preziose allegorie, ma non dispone neppure di una riva per accoglierle. E nemmeno simulacri di porti, e la sua fauna ittica fossile è virtualmente mostruosa, raffigurabile ieri e oggi in nere prosopopee di  bitume.
   Eppure è proprio lanciando lo sguardo a quella morta gora che qualcosa,  dalla cultura del silenzio, affiora verso di noi. Una domanda disarmata e disarmante,  la stessa del filosofo Derrida: “Sommes-nous des Grecs, sommes-nous des Juifs?” Insomma, da dove proveniamo, di quali impasti di luoghi e linguaggi siamo fatti? Domanda in standby, da millenni galleggiante - né su né giù - ma in quanto tale al riparo da usura. Ne era ben conscio il grande irlandese.


  Il lago Asfaltite, o Morto. “Amaro e infecondo”, scriveva Flavio Giuseppe, “ma per la sua leggerezza mantiene a galla anche gli oggetti più pesanti che vi siano gettati dentro. Quando Vespasiano si recò a visitarlo, ordinò di gettare in acqua alcuni che non sapevano nuotare, con le mani legate dietro la schiena, e tutti tornarono a galla come fossero spinti verso l’alto da un potente soffio” (De bello judaico, IV, 8).
   Pervenuti a quelle sponde, noi, due giorni fa. Yoram  approfitta per chiederci con sinuosa gentilezza un po’ di congedo. Ovvio. “Godetevi En Bokek. Non dimenticate di prendervi un bagno, certo l’acqua non è quella del Giordano, guai a immergervi la testa, ma ne scoprirete immediatamente i benefici”.
   En Bokek, ex pugno di casupole ora cittadina balneare, quattrocento metri sub limine. Complesso di alberghi lussuosi, a metastasi. I fanghi del Mar Morto, terapia ineguagliabile contro verruche, incartapecorito derma, invecchiamento. Cloruro bituminoso a profusione, scorrente in creme e pomate. I ricchi dannati della terra convengono qui. Mare da obitorio che ridarrebbe vita alle stoppie. Di fronte a noi i rilievi sulfurei della Giordania. L’albergo Hesed, gestito da joint-venture russo-israeliana, è uno dei più rinomati, dialettica di fitness e ottimismo culinario. Difficile raggiungere camera senza aver prima scavalcato palestre o tempietti rigenerativi. Gli ascensori: conventicola di accappatoi e ciabatte in fregola. Gommose istallazioni fitomorfe sui pianerottoli. Varcata la soglia e messa via la tessera magnetica, Emilia spalanca impulsivamente la porta finestra che dà sul mare. Il potente soffio dell’immagine che a noi sale e investe gli occhi ci esonera dal preannunciato rito d’appisolamento meridiano, ora è la ruah di un’altra scena
                      di un’altra scena a impostare nuove, bislacche coordinate dello sguardo. Dietro l’indolente vaevieni sulla litoranea, tra palme stenterelle e una striscia di spiaggia assolata, spicca lembo di mare. L’imago è fermatempo e  fermaspazio, anello chiuso del vedere, immobilità in se stessa iterata. “Mi sento come una cornice che sta per cedere”, esclamo. “Chiudi la bocca, e guarda lo spettacolo”, ribatte Emilia.
   Mare, pelle opalina dai riflessi calcinati. Osserviamo, lì infisse, testoline umane del tutto simili a boe, prigioniere di quel pellicolare elemento. Ciascuna al  suo posto, come se qualcuno le avesse sistemate nella platea di  uno spettrale teatro idrico. Dove si sono cacciati gli arti, dove pulsa il cuore? Come sono entrate, ce la faranno a uscire? Paiono foruncoli d’acqua, bolle di una statica emulsione.   Cupolette della morte.   E se l’acqua si mutasse in ghiaccio, contro ogni logica climatica? Mi viene in mente il nono cerchio dell’Inferno, il dantesco Cocìto, i traditori conficcati nell’eterno  ghiaccio metafisico.  Mi figuro il male condannato al suo definitivo, inamovibile algoritmo, allorché rien va plus. Ma di fronte a questa cefalocommedia, nell’era emancipata del post-tradimento, Giuda e tutta la catena dei suoi discepoli suonano come anacronismi.  Oggetti, semmai,  di un’estenuante  ermeneutica senza sbocco, come Oz lascia intendere. Forse il mal di vivere risiede proprio nella domanda “Chi siamo, da dove veniamo?”. Siamo tutti quanti teste blindate in quella obesa domanda, teste discese in una radura salinizzata dell’essere…
   “Muoviti, scendi con me a fare il bagno, ammesso che quell’acqua sia reale”. Desideriamo uno schianto qualsiasi, sbattiamo la porta uscendo.

   Ed ecco lo squarcio di mare  facciuto. È vero: adesso che le osserviamo da vicino, le teste galleggiano e sembrano perfino distribuire protuberanze intorno, parvenze medusee di gambe e braccia tese in anelito. L’essere con l’e maiuscola in aspettativa,  le sue questioni vicarie negli spogliatoi.  Non sono certo filosofi le persone in posa ironicamente ek-statica che punteggiano questo spazio-tempo murato, soltanto borghesi venuti qui per purgare il corpo. Sbarazzarsi di psoriasi, acni, cicatrici, rughe devastanti. Contrappunti cosmetici al mal di vivere. Impiastricciarsi di sale e asfalto, vagheggiando stupende architetture del sé. Qualcuno si è portato in acqua l’ombrellone, qualcun altro giornale e telecamera, consapevole che qui ogni cosa sta su. E i movimenti? Bracciate-boomerang. Sporgersi un po’ a destra un po’ a sinistra dal proprio loculo, ripiombare di nuovo al centro. Emilia, ottima nuotatrice in circostanze migliori, se la cava con capriole moderate e cantabili. Spingere acqua come fosse montagna, questo compete a me.
   Forse quell’affiorante immobilità è glossa postrema appesa al Vecchio  Testamento, allegoria vivente della statuificazione data in sorte fin dai primordi all’uomo-imago Dei. Yoram ci aveva avvertiti: “Ci troviamo nella regione di Sedom-Sodoma, ma della città distrutta dalla collera di Elohim non resta più nulla, a parte le concrezioni di sale e fosforo”.  Enigmatico, da non venirci a capo, l’episodio della moglie di Lot, che infranse il divieto dell’angelo di voltarsi verso la catastrofe della città maledetta, verso il cerchio di fuoco delle domande insostenibili: “Ma la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale” (Gen.19, 24-26).  Non voltarti, Lot, non voltarti, Orfeo! Questo divieto infranto, replicato nei millenni, forse è il solo contrassegno d’esistere. L’esistere del girarsi verso l’improbabilità d’esistere.
   Per qualche lunghissimo minuto associati all’anonimo gruppo, passivi in sospensione sull’acqua plastica, piovuta da altro pianeta. Ci viene a noia presto. Tornati a proda, il nostro corpo odora di balsamo.  Bisogna però scongiurare corrosioni cellulari in agguato, rompere oscuri determinismi chimici, correre alle docce. Rapido eppur tenero declinare del sole, i villeggianti riprendono a sciamare.  Ci aspettano pastrami, falafel e focaccette al coriandolo, nella piccola trattoria con la sua passerella che entra in mare e scompare. Occorre mettere in conto un long drink.  Prima di coricarci, festeggiando il quarto di luna calante, giochiamo a tirarci addosso i cuscini.








martedì 28 giugno 2016

Mario Fresa "Jacopo Pellenegra da Troia: un profilo biografico"


Una gioiosa macchinazione. Il teatro barocco del poema Le Bestemmie di Jacopo Pellenegra


Poeta, filosofo e medico ancora oggi poco conosciuto, Jacopo Filippo Pellenegra appare come una bizzarra e sfortunata figura nel panorama letterario italiano della fine del quindicesimo secolo. Poche e frammentarie le notizie storiche che lo riguardano. Vi è, innanzi tutto, molta incertezza sulla stessa lezione del cognome; i vari documenti che lo citano riportano numerose varianti: Pellenera, Pellinere, De Pellibus Nigris, Pellingerus, Pelleniger, Pellinegra, Pilinegre. Sembra, comunque, che il nome originario della famiglia del poeta fosse De Pellenigris.
Sappiamo che nacque a Troia, in provincia di Bari, intorno al 1477, da una famiglia di origini daunie. Si trasferisce presto a Padova, dove studia filosofia e medicina (il documento di immatricolazione lo qualifica come «pauper»). Dai 23 fino ai 26 anni, poi, insegna filosofia morale presso la stessa Università padovana, così come attesta l’Oratio in exordio philosophæ moralis che il Pellenegra pronuncia nel 1500
Non trascura, in quegli anni, l’attività poetica pura; si ha notizia, infatti, di una canzone amorosa, scritta in onore di una donna la cui morte improvvisa gettò il Pellenegra in una nera disperazione, fino a spingerlo al pensiero del suicidio («Ahi lasso, quante volte io feci prova / De dar morte al mio corpo…»). La Canzone è pubblicata in appendice al volume Sonetti e canzoni del preclarissimo poeta messere Antonio Cornazano placentino (Venezia, 1502). 




   Al 1500 risale la traduzione, puntigliosa nella ricostruzione dell’originale, di Saffo a Faone, IV lettera tratta dalla prima parte delle Heroides di Ovidio. L’anno dopo, ritenendo fondata la falsa notizia della morte di Panfilo Sasso, e avendo curato la pubblicazione di un volume che raccoglieva l’opera poetica del Modenese, fece inserire un suo personale sonetto “funebre”, per onorare la memoria del Sasso; il sonetto si apre lamentando l’invincibilità di «quella che con sua falce il mondo atterra / Contra cui non val forza», e che «ogni cosa a suo modo apre e serra»: è la morte, «inimica de virtude in terra», che «in un momento ha chiuso hogi un thesoro / una excellentia un resonante choro / più precioso mai visto in terra». Segue, quindi, una riflessione accorata sulla vanitas della gloria terrena («o quanta nostra pompa poco dura») e, infine, il poeta dichiara certa la fama imperitura del suo ammirato maestro: «Ma tu Pamphilo mio cal ciel sei irto / revestito de spoglia piu secura / havrai sempre al tuo capo rivolto il mirto».
L’anno successivo, a mo’ di scuse per l’increscioso errore, Pel-lenegra dà alle stampe, in appendice a una raccolta poetica del piacentino Antonio Carnazzano, l’epistola in terzine Ad Pamphilum poetam elegantissimum, nella quale il poeta, forse testimoniando la difficoltà di quel momento storico, traccia anche un bilancio dell’eredità culturale dell’umanesimo italiano. Nel 1524, pubblica un’Operetta volgare dedicata alla regina di Polonia donna Bona Sforzesca di Aragona che contiene anche, in misura minore, alcuni testi poetici del suo giovane figlio Ottavio. L’opera, impreziosita da eleganti xilografie, offriva una traduzione in sonetti e in canzoni di testi liturgici. Nel 1506, il poeta ritorna a Troia e, poco dopo, si trasferisce presso la città di Manfredonia, dove esercita la professione di medico. Perde il suo unico figlio Ottavio, ragazzo di quindici anni; e, poco dopo, muore anche sua moglie, Cassandra Zamarina. Non meno sfortunato è il secondo matrimonio del Pellenegra con Cata de Avantagio, puella sane forma, moribus et virgineo pudore ornatissima: la nuova consorte, infatti, morì di parto insieme al figlio nascituro. Narrando il triste episodio, lo sventurato poeta immaginò che la creatura avesse deciso di non voler nascere («non volui duris nasci ego temporibus»), quasi prevedendo le terribili giornate del 1528, in cui il Regno di Napoli, e in particolare la Puglia, furono  assediati con sanguinaria ferocia da Odet  de Foix di Lautrec. 
   La vita coniugale del Pellenegra non cessa di essere gravata da un’aura di tragica sfortuna: anche la terza moglie dell’umanista, Paolina de Avantrugiis, muore improvvisamente, forse nei primi anni trenta del 1500. 
Al 1548 risale un curioso poema in ottava rima dedicato all’impotenza sessuale, L’Infortunio del Pellenegra da Troia. Nel 1552 esce il libretto di una sua dotta dissertazione dedicata ad Avicenna: le Contradictiones Avicennæ excerptæ per Actium Philippum Pellenigerum Troianum; opera dedicata al filosofo napoletano Simone Porzio, suo amico e maestro. Nel 1533 appare il denso poema burlesco Le Bestemmie contra il suo nemico, sulla cui attribuzione non tutti gli studiosi appaiono concordi. Nello stesso anno, il Pellenegra si spegne.


 Un poema misterioso e bizzarro: Le Bestemmie, o sia Le maleditioni. 

Le Bestemmie, o sia Le maleditioni si presenta come una singolare composizione tanto mobile e articolata, quanto uniforme e compatta nella sua strutturazione. Benché il suo andamento procelloso non risulti lontano da una pronuncia enfatica e parossistica (e, dunque, pericolosamente vicina a una nervosa, franta discontinuità), esso appare solidamente disegnato col sostegno di una chiarezza diagrammatica: infatti, l’unico e ossessivo Leitmotiv dell’intero poema è costituito dalla pervicace, feroce enumerazione di insulti, invettive, epiteti e maledizioni che il poeta-medico indirizza a un suo nemico (un rivale nel campo della poesia?) denominato, in modo misterioso, il Cicogna.1
   Il componimento è attraversato da una pulsazione espressiva davvero forte e inesausta; nonostante la sua apparente estemporaneità e la sua energica immediatezza, il poema è costruito secondo un’impostazione formale volutamente teatrale e ostinatamente manieristica: per il Pellenegra, infatti, la poesia è, prima di tutto, finzione e meraviglia, luogo magico visitato da figure del mondo classico, festa allegorica, inesauribile spettacolo; e va intesa, insomma, come una libera e assoluta figurazione artistica: perciò del tutto distante, o comunque significativamente diversa, dalla realtà quotidiana.
   Scorgiamo, in ciò, un curioso contrasto: le imprecazioni e le recriminazioni che il poeta rivolge al suo mortale inimico sembrano certo vere e sincere, perché nate da un contrasto che presumiamo “concreto” e autentico: ma pure, l’intera impalcatura formale della composizione sembra proiettare la freschezza e la veridicità dei sentimenti del poeta in un gioco sofisticato e innaturale, in una circonvoluzione barocca nella quale la scrittura poetica si presenta come recita immaginosa, come continua fioritura dell’eccesso; essa pare costantemente incline alla posa scenografica, allo stupore caricato, sempre muovendosi in una prospettiva che ci ricorda la fondamentale dimensione misteriosa dello stesso linguaggio poetico, che andrebbe inteso sempre come l’espressione di una altrimenti indicibile alterità rispetto a quello che accade nella realtà comune.
   L’effervescenza febbrile delle Bestemmie si fonda, dunque, sul persistere di un movimento incalzante, non di rado iperbolico e ridondante, immerso in una serie davvero ricca e fantasiosa di immagini brillanti ed estrose, inserite in impressionanti, vivacissime sequenze elencatorie nelle quali il poeta innesta i più famosi echi della grande letteratura mitologica greco-latina. Questa formidabile dinamicità percussiva della scrittura di Pellenegra è il segno di una progettualità interna evidente che sa donare all’intero componimento il pregio di una sicura unitarietà e di una forte compattezza. Ma il tono estremo, esasperato, continuo dell’aspro risentimento così violentemente espresso dall’autore non deve essere inteso, secondo noi, come la proiezione di un sentimento affatto serioso e drammatico; poiché sono altrettanto, e chiaramente avvertibili, intenzioni e cadenze colorate di grottesca ironia, di colta facezia, di burlesca lepidezza. 
Si noti, pure, che dallo stesso punto di vista formale il poema tende a usare un registro retorico alto e solenne che parrebbe riferirsi a un paradigma poetico serio, monumentale e declamatorio; si tratta, però, di una scelta stilistica precisa che vuole esprimere un finissimo, trasversale mascheramento, capace di rendere, se possibile, ancor più arguto e sottile lo screditamento dell’innominato avversario del poeta.

Il metro usato nella composizione prevede l’uso di endecasillabi, inseriti nel classico schema della terza rima (ABABCBC…).

Del poema Le Bestemmie riportiamo, di seguito, i soli primi due capitoli. Nella trascrizione, abbiamo rispettato la grafia e le peculiarità ortografiche del testo originale. 
La copia consultata dell’edizione del poema è quella conservata presso la Österreichische Nationalbibliothek di Vienna (LE BESTEMMIE │DEL PELLENEGRA│ DA TROIA, CONTRA │IL SVO NEMICO. │DIVISE IN SEI │CAPITOLI.││CON PRIVILEGIO │M D L III  [*38.V. 74] ).


1  Escludendo evidenti richiami a un cognome autentico, si dovrà intendere il nome “Cicogna” come un’invenzione allegorica pura, non lontana, forse, da un’indiretta citazione dantesca, là dove si riferisce del suono garrulo, aspro e cupo di quelle «ombre dolenti» che battono i denti «in nota di cicogna» (Inf. XXXII, vv. 35-36); un’ipotesi più credibile, nondimeno, può far pensare che il nome cicogna alluda al gancio aguzzo, molto usato nel secolo sedicesimo, chiamato appunto «cicogna» o «erro» (in questo caso, l’acuminata e tagliente forma dell’oggetto potrebbe essere intesa come simbolo della malevola e penetrante lingua del fiero inimico del poeta).




LE MALEDITTIONI DEL
PELLENEGRA DA TROIA,
contra il ʃuo nemico




CAPITOLO PRIMO


INSIN à queʃta età, che già paʃʃato
È ’l il fior de la mia vita, ancor mai 
A’ ʃcriver mal d'altrui  non mi ʃon dato, 
Leggi i miei verʃi, e volgi pur ʃe ʃai
Lettore i libri, che del Pellenegra
Non pur lettra maligna vi vedrai.
Il mio faceto stil ciaʃcuno allegra,
E ʃe s’offende alcun pur del mio dire,
Vien per ʃua mente invidiosa, et egra.
Hora un mi offende tal, che in in carta dire
Non oʃo il nome ʃuo, il qual non vuole, 
Che in pace i pochi giorni habbia à finire.

1.
Costui (ahi laʃʃo, che forte mi duole
Non poter dirlo) sforza la mia mano
Ad altre arme adoprar di quel che ʃuole,
Non li basta, che io ʃia dal mio Troiano
Paeʃe, confinato in queʃta terra,
Che’l Greco edificò ʃotto il Gargano;
Ma ancor per farmi star mai ʃempre in guerra
Mi rinova ogni piaga, e per diʃpetto,
Come fa il can ʃua bocca mai non ʃerra.
Quella ʃanta conʃorte del mio letto,
Che morte poco avanti tolto m’have,
Non vuol ch'io pianga il falʃo, e maledetto;
Se vedeʃʃe costui rotta mia nave,
Et ch'io ʃopra alcun legno stessi in mare,
Vorria, che andaʃʃe ʃotto acqua ogni trave. 
Chi al foco ardente acqua dovea portare,
Anzi che vada in ciel la fiamma, quello
Di legna il carca, accioche habbia à durare.
Procura, che al bandito, e vecchiarello, 
Il nutrimento manchi, non penʃando,
Che di piu mal del mio, e ben degn’ello.
Ma ʃempre al giusto Dio mi raccommando,
Che mi copra col ʃuo pietoʃo manto,
Perch’io non vada in tutto mendicando.
A’ lui do gratie, come à ʃolo ʃanto,
E mai non ceʃʃero, poi che’l giocondo
Suo voler mi ha rivolto in dolor tanto.
Vdirà quel ch'io ʃcrivo tutto il mondo,
E ʃe del ʃacro Apollo havrò la pace

2.
Sarà il mio pianto inteʃo anco al profondo.
E tu, che ʃi vilmente un’huom che giace
Invida terra calchi col tuo piede
Nemico ti ʃarò ʃempre verace.
L’humido darà prima al ʃecco fede
Di non gli eʃʃer contrario, e l’alma Luna,
Starà ʃempre col ʃole in una ʃede.
Zefiro, et Euro ʃpireran da una
Parte ʃteʃʃa del cielo, et Euro inʃeʃsto
Tepido fia ʃenza tempesta alcuna.
Eteocle e Polinice ancor più presto
In morte fian concordi, benche al rogo
Il fume ʃeparava quel da queʃto.
Primavera, et Autunno ambe ad un giogo
La state aggiunta inʃieme fia col verno,
È’l Sol levare, e ponere in un luogo.
Tutte coʃe imposʃibili ab eterno
Prima ʃaran, ch'io mai teco pace habbia,
Per tua maligna lingua, e mal governo;
Non ʃperar mai, che mia canina rabbia,
Per ʃpatio alcun di tempo manchi, e temo
Non haver’ugne da raʃpar tua ʃcabbia,
Odio ʃarà fra noi mentre vivremo,
Qual è fra il lupo, e l’agnel manʃueto,
E in queʃto ʃol concordi noi ʃaremo.
Coʃi comincerò tacito, e queto 
Col canto, che hora leggi à ʃeguitarte,
Benche à questo il mio stil non ʃia aʃʃueto,
Qual nel Teatro il cavallier di Marte

3.
Vien anzi, che combatta di vil’arme
Vestito, per provar ʃi è atto à l’arte
Tal’io con questo debìl stil provarme
Voglio teco al preʃente, e ʃe biʃogno
Sarà, poi d’altri verʃi poʃʃo aitarme.
Dir chi ʃei, e qual ʃei hor mi vergogno
Aʃʃai ʃia, ch'io t'ho posto un’altro nome,
E parlo teco come foʃʃe in ʃogno.
Ma ʃe mi carcherai di queste ʃome,
Contra te m’armerò di quel rio stile,
Che fè Licambre al vento dar le chiome.
Hor ti darò quel nome immondo, e vile,
Che Callimaco diede al ʃuo nemico,
E qual’eʃʃo  verte ʃarò virile.
A’ ʃuo eʃʃempio ancor io per te m’intrico
Ne le historie rare, bencche ogn’uno
Sa che io di tal materia non ʃo amico.
Mentre ʃeguo le tenebre, et raduno
L'ordimento, e la trama di mia tela,
Che'l Pellenegra io ʃia dirà neʃʃuno.
E perche (come è detto) qui ʃi cela
Chi huomo ʃei, finche ʃarà palese
Il nome di Cicogna ti rivela;
E come ʃono ʃcure, e mal’inteʃe
Queste mie rime, coʃì la tua vita
Sia ʃempre negra per mie gravi offeʃe.
E perche habbia buon fin mia tela ordita
Queʃta mia Oration nel tuo natale
E al primo di Iano ʃia bandita.

4.
Dij marini, e terreni, e ʃe in ciel ʃale
Mia voce, voi ʃuperni ancora invoco, 
Che vostra poteʃtà, più ch’altro vale.
Vi prego che volgiate in queʃto loco
Le vostre ʃante menti, et operiate,
Che’l mio deʃio non ʃia tenuto à gioco.
Voi terra, e mar, che di gran tempestate
Potenti ʃeti, e voi celesti Dei
Prego, che queʃti detti aʃcoltiate.
Stelle, pianeti, e voi raggi Febei, 
E tu Luna, che ʃempre ti renovi,
C’hor tutta, hor meza, hor nova, hor vecchia ʃei.
Notte che ʃempre in tenebre ti trovi
E tu una de le tre, ʃorelle atroce, 
Che’l noʃtro fuʃo à tuo modo ogni’hor movi.
Fiume con murmur ante ʃuono e voce,
Che corri per l’inferna e trista valle
De l’acqua, che al pergiurio ʃacro noce.
Voi, che i ʃerpenti ʃparʃi per le ʃpalle
Portate à guiʃa di biondi capelli,
De l’inferno ʃedendo al primo calle.
O' voi minori Dei, ò Fauni belli
Satiri, Larve, Fonti, Ninfe, e Fiumi,
Semidei generoʃi, e Dei novelli,
Voi altri antiqui con moderni numi,
venite tutti quanti uniti in choro,
E di questa opra mia ʃiate lumi.
Accioche mentre io teʃʃo il mio lavoro,
E mentre io canto i maledetti verʃi

5.
Sfochino ire, e dolor, le voglie loro.
Concordi per mio amore, e non diverʃi
Fra voi ʃiate, accioch’eʃti miei voti
Non ʃian caduchi, vani, ne diʃperʃi;
Facciate che i desij miei ʃian ʃi noti,
Come gia furon quelli di Teʃeo,
che traʃʃe fuor de l’acqua i peʃci ignoti.
Le pene ch'io traduco, in questo reo
Stil’, habbia il mio nemico, e par ch’io mora
Che eʃʃer vorrei à dirli un’altro Orfeo.
E benche il nome ʃuo io non dia fora,
Per questo non voglio io, che tante pene,
Non movano à i gran Dei, che Roma adora.
Maledico colui, chel mio cor tene
Sempre in memoria, il qual cicogna chiamo,
Che tal immondo nome à lui convene.
Non piu, perche qual ʃacerdote io amo
cominciar il mio ufficio, chi è preʃente,
Taccia, e mi aʃcolti, ne altra coʃa bramo.
Tu che ʃei qui non penʃar in tua mente
Altro, che coʃe meste, atre, e ferali,
Huom qui non stia, ʃe non tristo, e dolente.
Vien col piè manco, e con augurij mali,
E d'altro il corpo tuo non ʃia coperto,
Se non di panni negri, e funerali.
cicogna, e tu che aʃpetti? ecco il tuo merto,
Vieni à l’altare, vieni al ʃacrificio,
Ecco, che’l fine di tua vita è certo.
La pompa è tutta in ordine, à l'officio

6.
Mio tristo ogni dimora ʃia lontana,
Tu vittima crudel per degno eʃilio,
Porgi al coltello mio, tua gola inʃana.



CAPITOLO SECONDO

LA terra, i frutti ʃuoi negar ti poʃʃa,
Suo humor ti neghi ogni fontana, e fiume,
Sia per te al vento ogni dolce aura ʃcoʃʃa;
E’l Sol t’aʃconda il ʃuo benigno lume,
La Luna ti ʃia negra, etogni ʃtella,
De gli occhi tuoi il ʃuo ʃplendor conʃume.
Il foco ti ʃia contra, e l’aria bella
Ti ʃia nemica l’acqua, con la terra,
Al gir’, et al venir ti ʃia rubella.
Bandito, errante, e tristo in ogni terra
Vadi il pan mendicando per le porte,
E in ʃcambio di pietà trovi odio, e guerra . 
Sempre il tuo corpo ʃia vicino à morte,
Sia la tua mente ʃempre afflitta, et egra,
Siati dì e notte ogn’hor più grave, e forte.
Miʃera ʃia tua vita, e ʃempre negra,
Nulla perʃona habbja di te pietate,
Ma ʃia d’ogni tuo mal contenta, e allegra.
E ʃe qualche uno pure à le fiate,
Vedendo il tuo continuo languire,
Piangeʃʃe le tue pene ʃcelerate,
Quel tal’in odio t’habbia, e poʃʃa dire,

7.
Che degno ʃei di pena aʃʃai maggiore,
E che tua vita ben non può finire.
E privo di quel ʃolito favore,
Qual ti dà la Fortuna, più neʃʃuno
Di te non habbia invidia, odio ò dolore.
Qual diʃperato pregar possi ogn’uno,
Che ti dia morte, et à le tue preghiere,
Per che piu stenti , non ʃi mova alcuno. 
L’alma tua dopo molto diʃpiacere
Sofferto, lassi il corpo, come ʃtanca
Di tanto lungo tempo pena havere.
Il che farà, ʃe Apollo non mi manca,
Benche m’ha dato ʃegno del futuro,
Col volo del ʃuo augello da man manca.
Che queʃte mie bestemmie, ʃon ʃecuro
Moveran tutti dei celesti, et io
Di te vendetta havrò perfido e duro.
Sarai punito un giorno ingrato e rio,
Et ancor che non vogli stenterai,
E allor ʃarà contento il core mio.
Ma più tosto queʃta anima, che l’hai
Cotanto in odio, mi torrà quel giorno
Ch’io vorrei, che veniʃʃe, e non vien mai.
Che questa mia gran doglia habbia ʃoggiorno
Che mai cessi il dolor di cui ʃon carco,
Che mai tempo mi toglia tanto ʃcorno.
Mentre combatterà col dardo, e l’arco
La Tracia, e’l Gange tepido ʃarà,
E di freddo il Danubio ʃarà ʃcarco.

8.
Mentre il prato herba, il monte quercie havrà,
Mentre ʃon l’onde freʃche, e cristalline
Del Toʃco fiume, che per Roma và.
Sempre combatterò con teco, e fine
Per morte non havrà mia ira, dando
Poi morte al fine tuo maggior ruine.
E quando di mia vita io ʃarò in bando
Piu fier nemico ti ʃarò si morto,
Se poi morte pon gir l’alme vagando.
Io mi ricorderò lo stratio e’l torto,
Che mi havrai fatto, e punirotti allora
Di tutte pene c’hor per te ʃopporto.
Se avien ( che Dio non voglia ) per dimora
Di lungo tempo io dia fine à mia vita,
O per man d’altri eʃca del mondo fora.
O per naufragio ʃia rotta eʃdruʃcita
Mia fragil barca e de’ gran mari e cupi
Eʃca ʃià, à peʃci groʃʃi stabilita,
O’ in profonde valli, ò in alte rupi
Foʃʃe cibo d’augelli la mia carne
O' pasto foʃʃe à inʃatiabil lupi,
O ʃi degnaʃʃe alcun poi morte farne
Vn tumulo di terra, overo al rogo
Voleʃʃe per ʃua gratia collocarne.
Ovunque ʃia mi sforzerò dal giogo,
Che mi terrà, fuggire, e tormentarti.
Se foʃʃe ben dentro il tartareo luogo,
Io ʃpero in ogni banda molestarti,
Ne ceʃʃerò del giorno un'hora; e poi

9.
La notte romperò tuoi ʃogni ad arte:
Volerò ʃempre avanti gli occhi tuoi
Sempre mi vederai, e non penʃare,
Ch'io ʃia per far, ʃe non quel che non vuoi.
Ne le tue ʃpalle ʃentirai ʃonare
Gravi percoʃʃe, e la furial face
Sempre al coʃpetto tuo vedrai fumare.
Le furie, vivo e morto d’ogni pace,
Ti ʃpoglieranno, e la tua vita ʃia
Breve, e ʃopra te fia ciaʃcuno audace.
Et quando ʃarai morto allor non ʃia
Perʃona, che ti pianga, ò faccia eʃʃequie,
Ma ogn'un ti laʃci nudo in ʃu la via;
E accioche’l corpo tuo ivi non requie,
Sia ʃtraʃcinato in terra, e per la chioma
Al vento penda, che non habbia requie.
Il foco ardente, che ogni coʃa doma
Ti fuggirà, e la terra nostra madre,
Al corpo tuo non darà manto, e ʃoma;
Del Voltore il fier rostro, e l’ugne ladre
Ti stratieranno, e d’affamati cani
Ti roderanno il cor tute empie ʃquadre.
E ʃe li voti miei non ʃono vani,
Benché tal laude, e gloria ti ʃia vanto
I,lupi per tuo amor verranno à mani,
Sarai bandito da quel loco ʃanto
De l’anime felici , e la tua ʃede
Sarà quella, ove alberga doglia e pianto.
Lui è Siʃifo, il qual ʃempre da piede 

10.
Del monte porta il ʃaʃʃo, ivi e Issione,
Che le ʃue membra ne la rota vede.
Lui ʃon le nepoti di Belone
Sempre mai d’acqua carche, à cui non ʃpiacque
Dar fratelli e mariti al gran Plutone;
Lui è Tantalo ancora, il qual non tacque
I celeʃti ʃecreti, onde di fame
E ʃete muore havendo poma, et acque.
Ivi è disteʃo Titio, e par che brame
Ancor Latona, onde il figliuolo irato
Volch'al ʃuo corpo il Voltore ʃi sfame;
Coʃì una de le furie, il tuo lato
Sempre col ʃuo flagello empio tormente;
Per farti confeʃʃare ogni peccato.
L’altra con l’infernal ʃua ugna, e dente
Sempre stratij tue membra, e tue maʃcelle
Arda la terza col ferro cocente.
A mille modi le tue poverelle
Carni ʃaran trattate, e Radamante
Si sforzerà dar noia à tutte quelle.
Tu patirai le pene tutte quante
De nostri antiqui, et ogn’un ʃarà quieto,
Perche tua ʃia ogni pena da qui avante.
Siʃifo ti poi dir felice, e lieto
Havendo chi ti toglia il duro peʃo,
E per te altri in le rote starà drieto.
Non a te, ma à coʃtui ʃarà ʃoʃpeʃo
Il ramo, e fiume, coʃtui li tuoi augelli
Paʃcerà di ʃue carni in terra steʃo.

11.
Poi morte i tuoi dolor ʃaran novelli.
Sempre in pene ʃtarai, ʃempre harai foco,
Ogn’hor gli stenti tuoi ʃaran più belli;
De’ mali tuoi io ve dirò ʃi poco
Che ʃarà come in ʃelva toglier fronda,
O’ acqua in mar, il che à dir ʃolo è gioco:
Perche di tanti fiori non abonda
Sicilia, ne produce credo herba
Cotanta la Cilicia feconda;
Ne vien mai con tal furia aʃpra, e ʃuperba
Borea d’inverno con tempeʃta atroce,
Che fa di neve ogni montagna acerba:
Quanti ʃono i tuoi mali, la mia voce
Stanca non basta à dirlo, benche haveʃʃe
Più lingue, e nel parlar fossi veloce.
Miʃero te, quante ruine eʃpreʃʃe,
Adoʃʃo ti veranno, che à me dico
Par che à mirarle ʃol, fastidio deʃʃe.
Piàngerò del tuo mal, benche nemico
Tuo ʃia, ma del tuo pianto havrò tal gioia,
Che più del dolce riʃo mi ʃia amico,
O felice e contento allora il Troia.