martedì 12 settembre 2017

“Éloge de Daumier” di Michel Melot, Pagine d’arte, 2012




In occasione della mostra “Daumier: attualità e varietà” che si terrà al Museo Civico Villa dei Cedri, Bellinzona, dal 16 settembre 2017 al 7 gennaio 2018, sfogliamo un libro edito da Pagine d’Arte nel 2012, “Éloge de Daumier”, facendoci guidare dal magnifico testo di Michel Melot per avvicinare questo autore.

L’inchiesta che conduce Melot riguarda la popolarità di un artista impegnato, repubblicano della prima ora, anticlericale dichiarato,  che, eppure, è stato amato  dai conservatori più oltranzisti. Tuttavia ciò ci stupisce solo perché “Noi abbiamo dimenticato l’idea che l’avanguardia possa essere popolare, che un’opera di propaganda possa essere durevole”. Melot descrive gli inizi da pittore realista di Daumier, il quale disegna, per la stampa, caricature e scene d’attualità, ma lo fa con uno stile attento alla costruzione del disegno, alla modellizzazione delle luci, alla composizione dell’opera, indipendentemente dalla destinazione. Egli, insomma, “ha realizzato una grande arte pur nelle condizioni di un cattivo genere”. E quando è stato il momento di dedicarsi alle tele, non ha dimenticato quanto di espressivo, forte, dinamico aveva imparato disegnando per i giornali. Melot, con rapidi tratti, schizza a sua volta un indimenticabile ritratto dell’uomo e delle sue relazioni (Baudelaire, i Goncourt, Hugo), e ci fa entrare nel misterioso mondo della tecnica dell’artista ricordandoci che egli non copiava dal vero, ma grazie alla sua memoria visiva riusciva a restituire ciò che aveva osservato in una incredibile sintesi che aveva il suo fondamento nell’arte classica, quasi fosse l’artista stesso a imporre il suo modello alla realtà.

Nel pregevole volume, corredato dalle affermazioni della critica sul talento di Daumier, si può saggiare l’abilità fluida e potente con cui l’artista francese individua i gesti di un uomo malleabile come creta, quando precario nella posizione sociale. In qualche modo ciò configura anche il raggio di azione, di autodeterminazione a cui l’uomo può attingere. Valery ha fatto i nomi di Michelangelo e Rembrandt per il disegno di Daumier, che è stato anche incisore e che con i suoi neri drammatici, corpulenti, motili, registranti fremiti e pulsioni, sa immortalare il ridicolo nei comportamenti, il volgare nelle espressioni della classe borghese. Con magistrale capacità di cogliere una scena di vita reale o di rappresentare un simbolo, Daumier trasmette al suo pubblico i valori che oltrepassano la visione estemporanea di testimonianza e mostrare l’artificio di una presa sul reale che lo travalica. Mai ironico, come ha notato Henry James, ma tragico, almeno quanto tenace, la sua caricatura è già fuori dal genere. In alcune litografie, il ricordo delle stampe giapponesi  agisce come un suono che si dispiega in sordina e che travalica la presa quotidiana, rendendo il presente eterno.

                                                                 Rosa Pierno


sabato 2 settembre 2017

Dialogo tra la scultura di Petra Weiss e la fotografia di Luca Ferrario ad areapangeart






Un'idea affine percorre le opere dei due artisti in mostra, Petra Weiss e Luca Ferrario, così radicalmente diversi, l'una ceramista, l'altro fotografo, e consiste nella ricerca di ciò che si trova sul limine, tra coppie oppositive. È quasi possibile osservare il passaggio graduale che vira dal primo termine della coppia al secondo. Ad esempio, fra rigidità e morbidezza nella Weiss e figura e vuoto in Ferrario.

Guardiamo le opere in ceramica di Petra Weiss, con il loro taglio preciso, la durezza della materia e la curvatura che sembra ancora in atto, come fosse un organismo vivente, mobile; il nero dell'esterno, opaco, mentre la superficie interna, smaltata, reca segni colorati, apparendo più simile a una carta. Tutte le caratteristiche appena elencate non sono altro che aspetti discordanti, incompatibili, insiti nel medesimo oggetto, eppure, i passaggi tra di essi, sotto i nostri occhi, dispiegano una non soluta continuità: non c'è cesura. Aperta la via, il guado si mostra attraversabile.

Ferrario, in maniera non dissimile, riesce a cogliere il crinale ove il corpo si fa toccare dalla luce, divenendo quasi una lama metallica sottile e morbidamente flessuosa. Un attimo dopo, il corpo sparisce, riassunto nel nero vellutato e profondissimo di un cosmo senza altri soli.

Che il contrasto tra le materie in ambedue gli artisti determini differenti modi di lavorarle (scavare, modellare per Weiss o posizionare, far flettere il corpo per catturarne la sinuosità della linea in Ferrario) non è certo fattore secondario. Tuttavia, un altro punto si rileva ancora in senso diametralmente opposto fra i due artisti: il bianco/nero purissimo in Ferrario, ove la scala dei grigi sembra incredibilmente irrintracciabile,  pur trattandosi di un oggetto colpito da una fonte luminosa, e il colore smaltato od opaco che s'innesta sulla materie porose della Weiss. Il colore, che crederemmo irricevibile da una materia così severa, si distende lungo le superfici interne - della serie “Meteore” e della serie “Onde” - le quali accolgono segni leggerissimi, volatili, ove l’intervento dell’artista è questa volta effettuato non più con la manipolazione diretta, ma con il pennello. Essi si rincorrono costituendo una vera e propria scrittura: sogno di una continuità diretta tra espressione e traccia, che non passi per il significato, che abbiamo visto costituire una delle ricerche più ossessive nell’opera di Henri Michaux. E rivelandosi, proprio quest’ultima, nuova direzione di ricerca per Petra Weiss, e qui facciamo esplicito riferimento alla serie “Segni”, opere in gres, le quali si accampano nello spazio come segno simbolico di una immediata volontà espressiva, al di sopra, dunque, di un significato specifico individuabile.

Non vogliamo, in ogni caso, tirare giù i soliti riferimenti simbolici, ma attenerci a un'interpretazione che resti ancorata allo straordinario dato materico. Restare, cioè, aderenti alle caratteristiche della sostanza utilizzata, che gli artisti vogliono trasformare, a cui chiedono di assumere inusitate sembianze. La stessa Petra, in realtà, ce ne ha indicato la via con l'esperienza raccolta nel libro edito da Pagine d'arte, "Il viaggio dell'alfabeto" in cui essa situa le forme di argilla sul prato, come un nuovo, ricreato elemento, tra gli altri, ma al pari di essi, ponendo ciò che è artistico come naturale. Con tale presa di posizione, il riferimento ai simboli si fa secondario (il dolmen, la stele, la scrittura).

Il colore ha la capacità di trasformare la materia. Sembrerebbe che Petra Weiss modelli una mescola tenera, liscissima al tatto, morbida, mentre si osservano le soavi curve che raccolgono l'aria in maniera carezzevole. In qualche modo, sembra ancora una materia modificabile. In un certo senso si può dire che per l’artista, l'astrazione non è mai attingibile: tutto resta relativo a un piano d'immanenza. Weiss si tiene sempre accostata a tutto ciò in cui siamo immersi, all'ambiente, ancor prima che alla distinzione degli elementi naturali, quel fuoco, quell'acqua a cui si resta in debito per i processi di produzione dell'opera.

Il “bianco e nero” in Ferrari è profondissimo, ricorda il prossimo e il distantissimo, il visibile e l'infinito. Osservare le sue opere fotografiche fa venire alla mente l’analogo fenomeno della falce di luna, affascinantissimo perché quanto più si cerca di percepire la parte oscura tanto più si riceve uno smacco: sapere non è vedere! Ma anche vedere non è che guardare solo una porzione del possibile. La mente va a intessere le parti mancanti con una interpolazione ed è in questo che risiede il portato conoscitivo, ove anche l’interrogazione che ne risulta, l’impossibilità di addivenire a un dato certo, va ad aggiungersi a ciò che possiamo ottenere dall’osservazione. Forse l'azione del toccare non è mai stata più lontana. La ricostruzione mentale la travalica. E in questo punto, le posizioni dei nostri artisti divergono in maniera esponenziale. Il massimo della materia per la Weiss, il minimo della materia per Ferrario.

Ma ritorniamo alle affinità tra le sculture ceramiche prodotte con l'argilla di Riva San Vitale, nel Mendrisiotto, sottoposte dall’artista a una cottura a mille gradi, di Petra Weiss, e la stampa a carbone, tecnica utilizzata da Luca Ferrario per ottenere i suoi astrali neri e le sue fenditure di luce, i quali indicano un corpo che si riduce sino ad assottigliarsi, quasi nel tentativo di saggiare la sua stessa persistenza nel visibile. In questo senso, anche per Ferrario, l'astrazione viene rigettata, e ciò avviene proprio sul crinale da cui si avvista l’astratto. Entrambi gli artisti, infatti, pur se da sponde così distanti, restano ancorati al concreto, al dato riconoscibile, al figurativo come a un valore primordiale. La forma resta sempre riconducibile al conosciuto che s’avanza nei territori della trasformazione (alchemica o scritturale per Weiss, ridotta a puro segno luminoso per Ferrario) in cui essa diviene oggetto sconosciuto.

Apparentemente antitetici, al primo sguardo, i due artisti mostrano invece di instaurare, anche se a distanza, un'insolito dialogo, pur condotto su vie isolatissime e prive di incroci, mostrandoci come in arte, ciò che appare, il visibile, sia qualcosa da inventare tramite interpretazione, la quale a sua volta può nutrirsi solo di materia e corpi.

                                                                              Rosa Pierno